IL 10° ANNIVERSARIO

25 Maggio 1925

 

I FESTEGGIAMENTI DEL 24 MAGGIO 1925

 

I BAMBINI PARTECIPANTI AI FESTEGGIAMENTI ACCOLTI NELLA VILLA DI PALAZZO CALVANESE

LA CRONACA DAI GIORNALI DELL' EPOCA

LA TRASCRIZIONE COMPLETA DELL' ARTICOLO E' RIPORTATA IN BASSO

 

 

TRASCRIZIONE INTERO ARTICOLO

Il decimo anniversario

Dieci anni Risolleviamo le memorie e gli animi

 

La data del 24 maggio è prima di tutto un segno imperituro di fede. Più che la coscienza della necessità, più che l'inizio d una dura lotta vittoriosa, è la gigantesca pietra miliare del cammino che un popolo come il nostro doveva seguire per non rinnegare la ragione stessa della sua resurrezione politica .

Ed è degno di questo popolo richiamare intorno alla data gloriosa il dramma da cui emerse — il dramma della neutralità — e le ansie e le speranze che iniziò, aprendo per tre anni e mezzo nella vita nazionale un solco profondo di sofferenza, di sacrificio, di ardimento.

Chi ha potuto del tutto dimenticare i dieci mesi di ardenti contrasti in cui maturò finalmente la decisione di portar con le armi, fra gli , armati, il diritto d'Italia ?

Sembrava che la Nazione fosse costretta a lacerarsi con le proprie mani prima di affrontare le ferite in cui ai rinnovella la vita ; ma la dichiarazione di guerra, ma la notizia dei nostri soldati avanzanti ad abbattere i segni dell'ingiusto confine, se non creò la perfetta concordia, tenne in freno i superstiti dissensi con la maestà stessa dell'ora tragica.

SI rivelarono le nostre debolezze, si determinarono, più numerosi e più gravi, i pericoli che bisognava affrontare e superare.

Si comprese che, avanzando nella formidabile mischia delle genti, il popolo italiano andava a conquistare la più salda frontiera e la coscienza più salda: la coscienza non soltanto di ciò che costa volere e dover volere una patria grande, ma di ciò che vale, come forza reale, contro tutti i mezzi del nemico, il senso ideale del diritto e della giustizia.

Dove l' antiveggenza dei mali che la neutralità a ogni costo ci avrebbe serbati non aveva potere sulle menti scosse dalla certezza dei mali immediati che la guerra imponeva, ebbe potere l'appello alla virtù feconda del sacrifizio contro l'esaltazione della violenza conquistatrice e contro l'onta di ribadite catene.

Centinaia di migliaia d'umili italiani accettarono la fiera disciplina perché ai disse loro che v'era un'opera di giustizia da compiere, per se stessi e per altri, nel mondo sconvolto dalle spietate illusioni della forza sovrana.

Milioni di umili italiani sopportarono privazioni e dolori, lungamente, perché la necessità nazionale della lotta fu ampliata dalla speranza d'una pace più ricca di libertà e di giustizia.

Non importa se la pace recò anche l'amarezza di delusioni, che furono per qualche tempo gravi e furono per qualche tempo esagerate. Non importa a più di sei anni dalla vittoria, il mondo sembra occupato a rendere omaggio alla filosofia tedesca che sottometteva il diritto alla forza e a moltiplicare i modelli particolari di quell'elmo chiodato che pareva un giorno il simbolo della prepotenza brutale.

Noi ricordiamo, tutti devono ricordare che lo spirito animatore dei nostri combattenti fu l'auspicio di giorni nel quali dall'avere sofferto, lottato e ricacciato in fondo al cuore il tetro fantasma della disperazione si sarebbe tratta una maggiore coscienza e una maggiore esperienza di dignità civile entro gli estesi confini della patria e di fronte agli altri popoli, amici o nemici.

Nella prova suprema, così aspra, così lunga, si scoprivano i caratteri essenziali della convivenza.

L'ufficiale e il soldato si sentivano pari nella disuguaglianza gerarchica. La più grande Italia per cui si combatteva o si stentava non era soltanto una carta in cui il segno del confine si faceva più ampio non era soltanto una statistica in cui il numero dei chilometri quadrati e degli abitanti saliva, ma era sopra tutto una Nazione con una più alta qualità di cittadini, più grande perché con una vitalità più profonda, con un popolo più fiero della sua civiltà.

Se la data del 24 maggio non risollevasse la certezza di questa conquista non avrebbe tutto il suo valore.

Deposte le armi, si senti prima il turbamento della tensione formidabile. I veleni della stanchezza infierirono. Ci fu chi credette o volle far credere che la pace avesse soltanto aperto il baratro d'un disinganno definitivo.

E amari corsero i giorni. Ma respingere le bestemmie, condannare le follìe, resistere ai minacciosi errori che altro poteva e doveva significare se non difendere le ragioni insopprimibili o i valori ideali della guerra contro una nuova forma di disperazione, non dissimile, nelle mutate circostanze, da quella che aveva in un tragico autunno offuscato momentaneamente i campi dalle undici vittorie ?

Superare il male che altro poteva e doveva significare ,se non creare il bene, risollevare la fraternità dello sforzo comune e, smezzata nelle mani del fratello traviato l'arma del sovvertimento, restituirlo a quella Italia più- ricca d'uomini - più italiani che era stata l'immagine adorabile dagli anni di guerra?

Per raggiungere questo scopo occorreva liberare — vorremmo dire — la libertà, dimostrare, con la forza di esempi inconfutabili, che la giustizia è nella disciplina uguale per tutti, giovevole a tutti, energica nel difendere ogni diritto, severa nel contrastare ogni privilegio.

Si sarebbe così restituito alla nostra guerra il suo significato e, attraverso le stesso momentanee violenze di parte, riconfermata la fecondità della vittoria.

I combattenti. per essere liberi di mantenere secondo il loro sentimento e la loro volontà i legami stretti nelle trincee, non dovevano aver mai altro obbligo che di non rinnegare la patria, e con la patria se stessi e la bellezza del dovere compiuto.

I cittadini, per esser liberi in una pace interna se non idillica — ché nessuno poteva pensare arcadicamente all' inverosimile — abbastanza ordinata pur fra i dissensi, non dovevano aver altra signoria che quella della legge restituita nel suo vigore.

Così la vittoria doveva essere resa alla universalità degl'Italiani : riconosciuta da quelli che l'avevano invocata, voluta, conquistata; rispettata da quelli che non avevano ancora o non volevano aver occhi per vederla.

A festeggiarla, a trarne sempre nuovi e sempre degni auspicii doveva in ogni tornante anniversario sorgere sopra le vicende quotidiane un'Italia più spiritualmente vasta.

E la concordia della celebrazione doveva manifestarsi non nella soppressione o nell' esclusione di partiti ; ma in una condizione di giusta libertà per cui i partiti potessero ritrovarsi nella certezza della loro uguaglianza civile da cui nasce la capacità' di superare se stessi davanti alle grandi memorie e al mònito dei grandi doveri.

Il 24 maggio non è tutto quel che dev'essere, per la coscienza degl'italiani, se non è un atto di fede del popolo italiano in se stesso, una testimonianza grandiosa dei diritti di questo popolo nella vita corrente e nella storia.

Aspettiamo. Confidiamo

Chi lo salutò giorno di liberazione dai laceranti dissensi e dallo spirito di umiliata rassegnazione, chi lo credette con incrollabile fiducia cominciamento di prova terribile ma benefica, chi lo vide salire nella vita della patria come un astro all'orizzonte, chi lo onorò dal profondo dell'anima come segno di ascensione civile d'una Italia sempre più italiana nel più nobile e più largo senso che si vuole e si deve dare a questa parola, chi credo che esso rappresenti una potenza di fede, chi sa che la fede ha un culto dove ha un culto la libertà che ne è l'essenza, può aspettare e confidare.

Solleviamo le memorie e gli animi.

E' serbata al domani, nell'Italia di tutti gl'italiani, la perfetta impronta del destino che porta questa data.

 

 

FOTOGRAFIA ORIGINALE DAL GIORNALE DELL' EPOCA

 

FOTOGRAFIA GESTITA CON INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 

FOTOGRAFIA GESTITA CON INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 

ROMA ALTARE DELLA PATRIA

 

ROMA ALTARE DELLA PATRIA

TRASCRIZIONE INTEGRALE

 

Tutta l'Italia ha celebrato
l'anniversario della entrata in guerra

Riceviamo numerosissimi telegrammi che da tutta Italia recano i particolari dei fervidi festeggiamenti, coi quali fu ieri celebrata, nelle grandi città come nei più piccoli Comuni, la gloriosa ricorrenza del 24 maggio.

Nella impossibilità di riprodurre tutta questa corrispondenza, dobbiamo limitarci a segnalarne le provenienze principali.

Particolare solennità ebbero i festeggiamenti a Torino, Napoli, Bari, Genova, Bologna, Firenze, Sassari, Trieste, Gorizia, Campobasso, Fiume, Livorno (con l'intervento del ministro Ciano), Reggio Calabria, Aquila, Foggia, Carpi (con l'intervento del ministro Nava), Cagliari, Udine, Pola, Palermo, Venezia (con l'intervento del Duca del Mare), Caltanissetta, Catania, Macerata, Messina, Modena, Novara, Parma, Pesaro, Siracusa, Spezia, Verona, ecc.

In parecchi luoghi vennero ieri inaugurati i locali Parchi della Rimembranza, che ormai verdeggiano votivi e sacri da un capo all'altro d'Italia.

Anche all'estero gli italiani celebrarono ieri con riti nazionali la festa della Vittoria.

A Praga la colonia italiana, con a capo il ministro d'Italia conte Pignatti, si è recata in pellegrinaggio al cimitero militare italiano di Milovice deponendo corone sul monumento eretto in memoria dei cinquemila italiani morti in prigionia.

I giornali dedicano lunghi articoli alla ricorrenza, rilevando particolarmente l'importanza decisiva dell'entrata in guerra dell'Italia per l'esito vittorioso del conflitto e per l'indipendenza della Cecoslovacchia.

Anche nelle Colonie l'anniversario fu festeggiato entusiasticamente.

A Tripoli fu celebrato con l'intervento del governatore conte Volpi, delle autorità, delle associazioni nazionali e delle truppe del presidio.