DIBATTITO
Dibattito Resistenza e revisionismo "La politica contro la storia" Il libro di Paolo Mieli sul revisionismo. Le opinioni di Salvadori, Campi, Macrì, Perfetti, Rumi, Tranfaglia e Messori. di Michele Brambilla Da una parte i buoni, dall'altra i cattivi: così siamo stati abituati, per molti anni, a leggere la storia. Buoni erano, per esempio, tutti gli artefici del Risorgimento italiano - i Savoia, Cavour, Mazzini, Garibaldi; e cattivi erano Pio IX e i Borbonì. Buono come il popolo italiano che aveva dovuto subire il fascismo, al quale si era poi ribellato con un movimento di massa chiamato Resistenza. Cattivi erano tutti i totalitarismi di destra, mentre quelli di sinistra erano - se non buoni nella realizzazione - perlomeno buoni nelle intenzioni. Una storia dogmatica, indiscussa e indiscutibile. Poi è arrivato Renzo De Felice, che ricordò il consenso popolare di cui il fascismo, a un certo punto, godette. Libri duramente e chiaramente antifascisti, quelli di De Felice; chi li ha letti lo sa. Eppure De Felice, solo per avere rotto lo schema fissato dalla storiografia dominante dopo il '45, è stato considerato un para fascista. Ma spesso a questi studiosi è stata appiccicata un'etichetta squalificante: l'aggettivo "revisionista" una sorta di marchio d'infamia affibbiato indistintamente sia agli storici seri che tentano di Così siamo arrivati a una paradossale situazione: da un lato, il dibattito sulla storia è molto più vivace di vent'anni fa; dall`altro questo dibattito è viziato da una sorta di scomunica rivolta verso coloro che portano nuove interpretazioni del passato. A questo tema Paolo Mieli ha dedicato il suo nuovo libro, Storia e politica. che appena uscito da Rizzoli ha già provocato un vivace dibattito tra Sergio Romano, Lucio Villari, Luigi La Spina. Dino Cofrancesco e Stenio Solinas, e che venerdì scorso è rimbalzato in un acceso confronto al Salone del libro di Torino tra lo stesso Mieli e Denis Mack Smith. Secondo Mieli, questa scomunica che i custodi della storiografia ortodossa rivolgono ai "non allineati" è originata dal timore che un nuovo punto di vista sul passato possa comportare un nuovo punto di vista sul presente. Insomma: dal timore che la rilettura dei fatti di ieri possa avere una ricaduta politica sull'oggi. Come se ci dovessimo continuamente difendere da un pericolo. Dal rischio che una ricerca sia pure la più stravagante , la più bizzarra potesse mettere a repentaglio qualcosa di prezioso per il nostro vivere civile. Invece niente è più pericoloso di questo atteggiamento merito sanzionatorio». Mieli termina l'introduzione al suo libro con un appello: «Si aprano tutti i libri, si discutano con garbo le tesi più diverse dalle nostre. Si rifugga, come ha opportunamente esortato a fare Barbara Spinelli, dall' uso improprio e calunnioso dell'aggettivo "Revisionista". Non c'è più il Pci che imponeva, con i suoi intellettuali organici, un'interpretazione marxista della storia. E poi ricordiamoci che molte rivisitazioni del passato sono venute, in questi anni, proprio da uomini di sinìstra: pensiamo al discorso dì Violante sulla guerra civile del '43-45, e al libro di Pavone sulla Resistenza. Certo, non tutto è "revisionabile": quando sento dire che partigiani e repubblichini vanno messi sullo stesso piano, oppure che il Risorgimento ha cancellato l'eredità positiva del regionalismo, non posso non oppormi». Il libro cerca di comprendere il rapporto tra il fondatore del fascismo e la storia italiana; ma siccome è uscito nella collana diretta da Ernesto Galli della Loggia, uno degli storici scomunicati da una certa Sinistra, subito è stato messo all' indice dei testi inaccettabili. Da gente che, magari, il libro non lo ha neppure letto. «Il fatto è», dice Campi, «che c'è una cultura del sospetto. Si ragiona "per cordate": quello lavora con Galli della Loggia, se ha scritto del fascismo, chissà dove vuole andare a parare». Un sospetto, continua Campi, che avvelena il lavoro dello storico: «Se uno va a Mosca a cercare documenti sull'Unione Sovietica, subito c'è Ci si dimentica che uno storico scrive invece per la semplice ragione che sta facendo il suo lavoro. Sono d'accordo con Mieli: c'è una guerra sulla storiografia combattuta per fini di politica interna, attuale. Davvero un brutto clima: pensi che Bocca ha parlato di "pidocchi revisionisti". Sono scoraggiato: non si riesce a dialogare serenamente, vien voglia di ritirarsi, di starsene fuori». «Il risultato di questo clima», dice ancora Campi, «sarà che tra dieci-quindici anni la nostra Rimedi possibili? «occorre che i personaggi più autorevoli dei due schieramenti, che per semplicità chiamo defeliciani e antidefeliciani, intervengano per dire «basta" e favorire un E un durissimo atto d'accusa proprio contro Mieli, Sergio Romano ed Emesto Galli della Loggia. Nel sottotitolo, in copertina, si legge: «Esistevano i buoni, esistevano i cattivi. Ma adesso che è passato molto tempo, si rimescolano le carte ... ». Il seguito, e la risposta ai tentativi di questa rilettura chiamata «rimescolamento di carte», è scritto nell'editoriale del direttore Enrico Deaglio : «A noi sembra che, nella nostra storia, i Buoni e i cattivi si riconoscano abbastanza facilmente». Che bisogno c'è, dunque, di approfondire? Troppo coinvolgimento ideologico, secondo Rumi. «Si tende a scrivere la storia del «Non voglio dire che lo storico debba rinunciare ad avere un proprio sistema di valori. Però non deve fare il giudice: lo storico deve capire che cosa accadde e perché, non deve dare un giudizio etico». Rumi dice di essere d'accordo, con Mieli anche sull'eccessiva preoccupazione di una ricaduta sul presente: «Prendiamo il Risogimento. A lungo é stato considerato come una rivoluzione mancata. Poi, quando è scoppiato il problema Lega, del Risorgimento è stata fatta una difesa rabbiosa. Anche per il periodo 1943-48 si è Quindi, semmai é stata la Sinistra a fare, a lungo, un uso pubblico, e politico, della storia. Perché dovrebbe ora denunciare come strumentale un nuovo filone storiografico di orientamento liberale?». Anche Macrì, dunque, é d'accordo, con Mieli quando dice che chi cerca di «ripensare la storia» é guardato con sospetto: «é un fatto, che negli ultimi dieci quindici anni una serie di interpretazioni storiografiche siano state messe in discussione, e che a queste novità la mia categoria abbia reagito in modo un po' corporativo». Ma pensa anche, a differenza di Salvadori, che sia stata proprio la storiografia di sinistra a inventare il termine dispregiativo di «revisionista». «Un termine», dice, «che io mi batto per cancellare dal vocabolario storiografico. La Sinistra, con quell'aggettivo, ha cercato di assimilare concetti molto diversi tra loro: negazionismo, oblio, revisionismo. Ogni nuova interpretazione é stata messa nello stesso pentolone. Ma se è vero che il Pci non c'e più, qual é questa Sinistra intollerante nei confronti del nuovo in campo storiografico? «Non è, stata solo la Sinistra marxista. C'é stata anche la Sinistra azionista. Sono tutte e due posizioni ideologiche che tendono a dare un giudizio moralistico, e non morale, sulla storia. Mentre fare ricerca storica vuol dire solo indagare sui fatti e cercare di interpretarli. Anche Marc Bloch, che morì fucilato dai nazisti, sosteneva che lo storico non deve fare mai il giustiziere, ma semplicemente comprendereo». Dei secondi, invece, non mi voglio neppure occupare». Ma é vero, come dice Mieli, che molta storiografia é bloccata per un eccessivo timore di ricadute politiche sul presente? Tranfaglia taglia corto: «Preoccupazioni per il presente? Non ne ho. Faccio lo storico, non il politico». Prendiamo La "lettura" del Risorgimento. E stato addirittura inventato un nuovo aggettivo, "borbonico", per indicare qualcosa di arretrato, di inefficiente. Eppure, con i Borboni il Sud era molto più florido che con lo Stato Unitario: Napoli era la prima città industriale della penisola, e non esisteva emigrazione verso l`estero, emigrazione che è cominciata solo dopo l'Unita. C'è bisogno di nuovi documenti per ricordare queste cose? O per smentire l`iconografia risorgimentale classica, che raffigura sempre Cavour, Mazzini e Garibaldi uno accanto all'altro, come fossero una cosa sola, mentre Cavour aveva condannato a morte Mazzini? O per dire che Gramsci, il cui nome é da decenni sulla testata dell'Unita, morì scomunicato dal Pci? E come mai le decine di Istituti storici per la Resistenza hanno impiegato quarant'anni per (Sette, settimanale del Corriere della Sera, 24 Maggio 2001)
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